Fabio Pampani
Fabio Pampani, ceo di Douglas

“Il retail è stato discriminato e le profumerie lo sono state particolarmente”. Ne è certo Fabio Pampani, ceo di Douglas Italia, di cui abbiamo raccolto il punto di vista relativamente all’emergenza sanitaria ed economica del Covid- 19: “Premetto che siamo tutti rispettosi del lavoro che politici e tecnici hanno fatto e stanno facendo, ma purtroppo sono stati fatti degli errori – involontari ma gravosi – per il nostro canale e per tutto il commercio. Oggi la priorità è chiaramente combattere l’emergenza sanitaria e giustamente stiamo facendo tutto il possibile per ridurre il numero dei morti e prima ancora dei contagiati, ma non appena conclusa questa fase ci sarà una seconda conta che avrà per protagoniste le aziende e le società. Siamo favorevoli alle regole e facciamo tutto il possibile – se non di più – per il rispetto dalla distanza sociale, siamo d’accordissimo con la chiusura dei punti vendita e per la riapertura solo quando sarà giusto dal punto di vista sanitario, sociale ed etico. Detto questo è stato un errore che nel Dpcm dell’11 marzo e nei successivi le profumerie siano state indicate come retailer di prima necessità e quindi per questo motivo non siano state obbligate a chiudere. Questo non consente al nostro settore di beneficiare delle agevolazioni fiscali e finanziarie previste dal decreto Cura Italia. Il fatto di avere introdotto il ‘Credito d’imposta per botteghe e negozi’ rivolgendola esclusivamente a chi esercita attività d’impresa che non può prescindere dalla conduzione in locazione di un immobile appartenente alla categoria catastale C/1 (negozi e botteghe) – poi – ha discriminato le imprese che, invece, esercitano le proprie attività in immobili in categoria catastale diversa, come accade per i centri commerciali. Di fatto sembra che si siano dimenticati che quasi metà del commercio italiano è realizzato nei centri commerciali. Tutto ciò non è giusto, ancora di meno se pensiamo al peso che il commercio in generale e la profumeria in particolare hanno sull’economia del Paese. Tutti i Paesi europei – che hanno situazioni molto meno gravi della nostra dal punto di vista sanitario ed economico – hanno emanato subito delle leggi a tutela dei retailer, dei negozianti e del commercio, bloccando gli sfratti esecutivi, per esempio, o promuovendo la rinegoziazione dei contratti. Simili interventi non sarebbero stati onerosi per lo Stato ma avrebbero agevolato tutte le aziende del commercio. A tutto ciò va ad aggiungersi una grande difficoltà nel gestire tutta la burocrazia connessa alla richiesta di agevolazioni o di benefici. Invece che agevolare e semplificare le imprese già in crisi sono state aggiunte ulteriori complicazioni. Pensiamo alla cassa integrazione, per cui non è ancora possibile presentare la domanda. Quando i lavoratori riceveranno le somme che gli spettano? Credo che ci voglia più attenzione per un settore che occupa più di un milione di persone, di cui 15 mila solo nella profumeria. Penso che debba essere dichiarato lo stato di crisi per il non food. I politici devono comprendere che oggi aiutare il commercio non significa supportarne la ridotta marginalità – cosa che poteva essere vera in passato – bensì aiutare i lavoratori. Oggi la marginalità è andata. È necessario dare un futuro all’impresa e ai lavoratori”.

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